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Vol.4 : Particularismes et identités régionales dans la littérature italienne contemporaine > Articles

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Lingue, dialetti, identità. Letteratura dell’immigrazione


Silvia Contarini, Professeur, CRIX-EA 369 Etudes Romanes, Université Paris 10 Paris Ouest Nanterre La Défense (Nanterre), 200 Avenue de la République, 92001 Nanterre, silvia.contarini [at] wanadoo.fr

Date de publication : 28 juin 2011

Résumé

En lien avec les récents phénomènes de l’immigration, se développe une littérature italienne d’écrivains d’origine étrangère. À l’instar de ces écrivains italiens (sardes, siciliens, etc.) qui revendiquent leur identité locale, les écrivains dits de l’immigration affirment l’existence d’une spécificité linguistique et culturelle, en remettant en cause un concept rigide d’identité nationale. Même s'ils expriment des voix marginales qui ne seraient pas autrement écoutées, s'ils proposent une réécriture du monde et du canon, et s’ils réclament leur légitime diversité, ils n’écrivent pas toujours et pas seulement dans le but de préserver et revendiquer leur histoire et leur mémoire. On perçoit, au contraire, une acceptation, parfois douloureuse, de la perte, du dédoublement, et en même temps une projection vers de nouveaux horizons et expériences.

Riassunto

In corrispondenza con i recenti fenomeni d’immigrazione, si sviluppa una letteratura italiana di scrittori di origine straniera. Alla stregua di scrittori italiani (sardi, siciliani, etc.) che rivendicano un’identità locale, gli scrittori detti dell’immigrazione affermano l’esistenza del particolare linguistico-culturale, mettendo in discussione un concetto rigido d’identità nazionale. Pur esprimendo voci marginali altrimenti inascoltate, pur proponendo una riscrittura del mondo e del canone, e pur reclamando legittima alterità, essi non scrivono sempre e solo nell’ottica di conservare e rivendicare storia e memoria. Si avverte anzi un’accettazione, talvolta sofferta, della perdita, dello sdoppiamento, e una correlativa proiezione verso nuovi orizzonti, esperienze e esperimenti.


Table des matières

Texte intégral

Nella secolare questione della lingua, da Dante a Manzoni passando per Bembo, un problema di fondo, in correlazione con la frammentazione politica del paese, era l’inesistenza di una lingua italiana comune, parlata e scritta.

L’unità linguistica si tenta di imporla alla nascita del Regno, ma il processo di unificazione, lento e elitario, non intacca né le abitudini della popolazione né la vitalità dei dialetti. Solo nel secondo Novecento, si assiste a una netta accelerazione: una lingua media si definisce e circola grazie a mezzi di comunicazione, mezzi di trasporto, scuola dell’obbligo, servizio militare. Nel giro di pochi anni, l’italiano medio esiste, forse non quello auspicato dagli intellettuali, perché ha attinto poco alle lettere e molto ad altri linguaggi. Questo vale per la lingua scritta. Nella lingua parlata i dialetti resistono più a lungo. Constata Pasolini (1965 : 10), in occasione di un’indagine sulla crisi della drammaturgia svolta a metà degli anni Sessanta presso numerosi poeti e narratori (Arbasino, Buzzati, Ginsburg, Maraini, Moravia, Malerba, Sciascia, Parise, Quasimodo, etc.):

Un’ottantina di anni fa, solo il 5 per cento degli italiani sapeva l’italiano: e quando dico sapeva, intendo dire sapeva leggere e scrivere: non parlare. L’altro 95 per cento degli italiani, non sapeva né leggere né scrivere e parlava soltanto il dialetto […]. Non esiste un italiano parlato medio: non esiste nel vero senso della parola. Mentre un italiano scritto medio, dopo un secolo di unità, orribile spesso, infrequentabile, ma c’è, un italiano parlato medio non si è ancora formato […]. Gli uomini di teatro hanno commesso l’errore di fingere che un italiano parlato medio ci sia […]. Il parlato teatrale italiano è dunque tutto accademico.

La soluzione dialettale è scartata da Pasolini e dagli altri intervistati, per le stesse ragioni sviluppate in seguito da Pasolini nella « Parentesi linguistica » del Manifesto per un nuovo teatro, così riassumibili: dialetto o koiné dialettizzata sono troppo caratterizzati e limitati nella ricezione. Non resta che accettare una lingua teatrale convenzionale e inesistente, anche se « si tratta evidentemente di una contraddizione », ammette Pasolini (1968 : 723).

I maggiori drammaturghi del Novecento si muovono nella stessa contraddizione. Ricordiamo che Pirandello, nel 1909, pur continuando a scrivere in dialetto, criticava il teatro dialettale (« Perché uno scrittore si servirà di un mezzo così limitato, quale il dialetto rispetto alla lingua […] quando l’attività creatrice che egli dovrà impiegare sarà pure la stessa? »), come ha tenuto a sottolineare Sciascia (1970 : 122-124); Camilleri preferisce ricordare, non a caso, che Pirandello, nel 1921, quando ormai da anni scriveva solo in lingua, elogiava la dialettalità definendola « vera e propria creazione di forma » (Camilleri 2007). 

Dario Fo, un altro drammaturgo premio Nobel, ha scritto in italiano standard la maggior parte dei testi, tra cui i più militanti come Morte accidentale di un anarchico; tuttavia, la notorietà gli viene dal grammelot di Mistero Buffo, un linguaggio di sua invenzione basato sulla commistione di dialetti padani medievali, riferimento al linguaggio di comunicazione e di arte dei giullari: « Erano centinaia i dialetti […] per cui il giullare avrebbe dovuto conoscere centinaia di dialetti. E allora, che cosa faceva? Ne inventava uno proprio. Un linguaggio formato da tanti dialetti » (Fo 1977 : 29). Trent’anni più tardi, a chi gli fa notare che è la Lega a propugnare dialetti caduti quasi in disuso, Fo risponde: « La Lega vorrebbe ripristinare il dialetto come semplice mezzo di comunicazione e nell’intento balordo di separare, di fare a pezzi l’Italia. Quello dei leghisti è un discorso gretto e banale » (Fo 2004). In altri termini, secondo Dario Fo, nell’Italia del 2000, ripristinare volontaristicamente la pratica quotidiana del dialetto ha valenza ideologica, mentre un uso artistico del dialetto può esprimere altre istanze.

L’emblematica riflessione su parola teatrale e dialettalità negli anni Sessanta trovava giustificazione nella perdurante assenza di un parlato comune. Un dibattito così, oggi, non avrebbe senso. Nell’Italia del 2008, i due problemi di fondo della secolare questione linguistica – consuetudine dialettale e mancanza di una lingua comune – sono risolti. È indubbio infatti che una lingua media esiste, scritta e parlata, benché appiattita su modelli televisivo-pubblicitari o infarcita di neologismi settoriali. È altrettanto indubbio, le statistiche confermano, che la pratica esclusiva del dialetto si perde, anche nel sud, soprattutto tra le giovani generazioni1. Significa che la questione della lingua è chiusa o sta chiudendosi? Che il dialetto in letteratura è fenomeno superato? No. Si direbbe anzi che dopo anni di stagnazione, l’uso letterario del dialetto conosca nuova fortuna (grazie anche al successo di scrittori come Camilleri). Il dibattito quindi non è privo di interesse, ma i termini della questione vanno posti in modo diverso: se la lingua standard e l’italiano letterario esistono, proporre altre lingue o dialetti non è una necessità, ma una scelta sulle cui implicazioni occorre interrogarsi.

La scelta di valorizzare i dialetti (e, vedremo, le madrelingue straniere), ci sembra oggi  di natura prettamente identitaria. Essa si opera in un contesto in cui a spinte unificatrici dall’alto sono subentrate spinte separatiste dal basso e spinte mondialiste dall’esterno, periodo situabile intorno agli anni Novanta, in coincidenza non fortuita con l’ampio dibattito sulla crisi dell’identità nazionale e delle istituzioni, seguito alla fine della cosiddetta prima Repubblica, all’affermazione delle leghe e al diffondersi dell’immigrazione. Già nel 1993, in Se cessiamo di essere una nazione, uno dei primi degli innumerevoli saggi sulla crisi dell’identità nazionale, Rusconi si allarmava di vedere che nuove costruzioni identitarie si stavano elaborando su scala superiore e inferiore (globalizzazione e localismo) rispetto alla scala nazionale, e metteva in guardia contro aperture esterne e ripieghi interni, entrambi motivati dal rifiuto della nazione.

Globale e locale, due aspetti correlati, vengono riuniti nei neologismi glocale e glocalizzazione, in uso presso economisti e sociologi per definire prodotti e fenomeni di circolazione mondiale e fruizione di massa, pur tuttavia distinguibili grazie a segni del luogo di origine, specie se esotico. L’esibita appartenenza (geografica, etnica, sociale, generazionale, culturale) a un gruppo o a una comunità funge in questi casi da elemento differenziale, una sorta di valore aggiunto al prodotto nell’uniformità mondializzata. Un fenomeno mutuabile – con relativi pericoli – al prodotto artistico: « Molti ritengono che una discussione esteticizzata del minoritario risulti in un pretesto, un gradevole mascheramento di fatto mirante ad attirare il consumo e a creare consumismo » (Vivan 2003).

La fine decretata della nazione e la corrispondente glocalizzazione hanno altri interessanti risvolti. La letteratura contribuisce alla (ri)costruzione nazionale, a dare all’Italia una coscienza di sé e al popolo italiano una lingua? Il concetto stesso di letteratura nazionale sembra relegato al passato, definitivamente appannaggio del secolo trascorso2. Cosa accade allora alla lingua comune così faticosamente trovata? Si diffondono ibridismi, parlate locali, slang, idioletti, lingue straniere, linguaggi mutuati da altri campi artistici, linguaggi settoriali3: gli usi semantico-sintattici servono a identificare la comunità di riferimento.

Si rifletta però al fatto che slang, inglese, rap, linguaggio informatico individuano il tempo presente, cogliendolo nell’attualità e nell’insorgere di nuove manifestazioni, mentre l’innesto dialettale risponde a un’altra logica. Quale? Ora che tutti sanno l’italiano, il recupero letterario di un dialetto che « non è più un delitto » non risponde né a necessità, né a trasgressione, né a novità. Certo, la « neodialettalità » ha funzione espressiva, come mostra Antonelli (2007b) proponendo un simpatico inventario: dialetto per dispetto (contro imposizioni linguistiche), dialetto per difetto (personaggi degradati che non sanno esprimersi diversamente), dialetto per idioletto (lingua costruita su base regionale), dialetto per diletto (ritorno al macchiettismo locale). Ma il suo inventario non include il caso più problematico e probabilmente più comune nella recente produzione letteraria, ossia il dialetto ‘per diritto’, un dialetto con funzione rivendicativa, il dialetto come affermazione di radici, legame con terra, usi e costumi, appartenenza a un territorio e a una cultura, a una lingua orale lingua di trasmissione. Il dialetto come segno distintivo. Il dialetto che si fa custode del tempo passato, salvaguardia di un mondo che sta scomparendo, baluardo di memoria storica e affettiva, resistenza all’assimilazione, volontà di valorizzare il margine, di proteggere la minoranza e i suoi diritti ancestrali.

Questa funzione del dialetto, che potremmo definire conservativa e distintiva, è fondamentalmente identitaria e spesso rivendicativa, un aspetto su cui andrebbe prolungata la riflessione. La prolunghiamo qui in una direzione parallela. Le statistiche succitate sugli usi linguistici in Italia, di pari passo al declino del dialetto, rilevano infatti l’uso sempre più frequente di un’altra lingua parlata, a livello di oltre il 5% su scala nazionale, che per certe categorie sociali sale al 12%, quasi la stessa percentuale del dialetto. Presenza di un’altra lingua significa presenza di cittadini ‘altri’ sul territorio. L’immigrazione, oggetto di infinite polemiche e discutibili legislazioni è, dal punto di vista linguistico, una presenza registrata.

Anche in ambito letterario, esiste ed è oggetto di attenzione critica e accademica una produzione di scrittori immigrati4. Ricordiamo rapidamente che la prima fase della letteratura dell’immigrazione, agli inizi degli anni Novanta, aveva precipuo carattere testimoniale: un giornalista o uno scrittore affiancava l’immigrato, come ‘editor’ o raccogliendo e scrivendone la storia. Nella seconda e attuale fase5, la produzione esce dall’autobiografismo e dalla confidenzialità, gli scrittori si propongono in quanto tali, aldilà di etichette, trovano editori di prestigio e lettori esigenti. L’emancipazione letteraria, comunque, non ha inciso sul tratto ancora comune alla maggior parte delle opere, ossia l’attenzione portata alla problematica identitaria e alla ricerca di una lingua distintiva.

Prima di presentare alcuni testi esemplari, osserviamo che la denominazione letteratura dell’immigrazione riunisce scrittori e scritture molto diversi, come diversi sono gli attuali approcci critico-teorici e i possibili percorsi interpretativi6. A fini linguistici, sarà utile tener presente una suddivisione tra scrittori per i quali l’italiano è lingua straniera, imparata da adulti o da giovani, e scrittori di madrelingua italiana, ma non di madre o padre italiani (scrittori di seconda generazione). Si dovrebbe poi distinguere chi ha scelto l’italiano e ne ha fatto la lingua dell’intimità (coppie miste, figli di coppie miste), chi la considera lingua d’oppressione (scrittori postcoloniali), chi (si) è costretto a adottarla (scrittori in esilio), chi ha abbandonato la lingua in cui è nato, chi continua a praticare due lingue, con forme di diglossia simili a quelle dialetto-lingua, etc. In altri termini, l’italiano può essere la lingua dello sradicamento e della perdita, una lingua imposta, o la lingua del paese di accoglienza e di un nuovo attaccamento. Variano secondo i casi il rapporto psico-affettivo e i livelli di padronanza.

Un’altra distinzione utile è quella fra storie ambientate in paesi di origine e in tempi remoti, spesso romanzi storici o autobiografici ove lessico e strutture linguistiche della lingua ‘altra’ trovano naturale collocazione, e storie ambientate nell’Italia di oggi, in genere fiction non autobiografiche, ove la stratificazione linguistica si fa più complessa quando, oltre a innesti di lingua straniera, la lingua italiana si declina in idioletti e dialetti.

Sulla base di questi ed altri elementi, si possono reperire le scelte linguistiche di scarto rispetto all’italiano standard e si può valutarne la portata in termini identitari. Certo, la prassi dell’editing opera sui testi, in genere per conformarli, mondandoli di irregolarità lessicali e sintattiche, ma talvolta, al contrario, lo scopo è piuttosto di evidenziare tratti etnico-linguistici distintivi: « Quando Robka Sibhatu, una giovane scrittrice eritrea, mi chiese di leggere il suo manoscritto, trovai alcune piccole imperfezioni linguistiche, e le suggerii di lasciarle, se non altro come traccia del lavoro compiuto per esprimersi in una lingua straniera » (Portelli 2004)7. Occorre dire che numerosi sono i generici riconoscimenti di una diversità linguistica o degli apporti linguistici degli scrittori ‘immigrati’, i quali rivitalizzerebbero la lingua italiana – si è parlato di lingua italiana « salvata […] in una lingua assolutamente nuova » (Gnisci 2007 : 6) e di « lingua provvidenzialmente e naturalmente rivoluzionaria » (Lecomte 2002 : 142) –, ma scarsi rimangono gli studi approfonditi sulla « apparente similitudine nell’uso dello stesso linguaggio tra autoctoni e nuovi venuti » (Pezzarossa 2004a)8.

Come parziale contributo a una riflessione destinata ad approfondirsi, presentiamo qui una selezione di sette testi di sette scrittori, scelti in ragione della loro diversità, ma altresì dell’interesse letterario, proponendoci di evidenziare aspetti, testuali e paratestuali, inerenti al rapporto tra lingua e identità.

Autrice di romanzi e racconti, la trentenne Igiaba Scego è nata in Italia, paese nel quale i genitori somali si sono rifugiati nel 1969. Il suo primo racconto Salsicce (2006) è scritto in un buon italiano letterario standard tendente al registro colloquiale. Una giovane romana di origini somale racconta, in prima persona, una giornata particolare: in attesa dei risultati di un concorso statale, decide di mangiare salsicce. Perché? Pur avendo la cittadinanza italiana, alla lettura della legge Bossi-Fini che impone di prendere le impronte digitali agli extra-comunitari, l’italo-somala si ritrova a chiedersi, come le è stato chiesto all’orale del concorso: ami di più l’Italia o la Somalia? Per mettere alla prova la propria identità, decide di trasgredire l’interdizione alimentare musulmana. All’inizio del racconto, la sentiamo chiedere alla signora Rosetta, della drogheria di quartiere: « Ahò me dai 5 chili de salsicce! Ehi, ma le vojo de quelle bbone, quelle che se sciojono en bocca come er miele » (23). Il romanesco viene in seguito ripreso, significativamente, per citare una battuta del film Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa: il capo della tribù africana che ha accolto l’italiano smarrito, Nino Manfredi nel film, così lo richiama quando questi riparte: « Titì nun ce lascià » (35).

Nella sfera pubblica e culturale, insomma, oltre all’italiano appare il romanesco. Nella sfera privata spunta anche il somalo: poche parole, tradotte in nota, designanti in genere abiti, cibi, usanze, ossia tracce dell’intimità famigliare. Queste disseminazioni di romanesco e di somalo, benché sporadiche, stanno a indicare che la protagonista del racconto si sente integrata in una realtà territorializzata, pur senza rinnegare le origini. Le due esplicite referenze linguistiche danno la misura di un doppio attaccamento, a un’Italia che è territorio concreto e cultura del presente, a una Somalia che sopravvive negli usi famigliari e nei ricordi. Si esprime così la visione di un’Italia al contempo reale e ideale, plurilingue e multiculturale, capace di sintesi e coabitazione tra mondi diversi, una visione antitetica a quella ideologica di marginalizzazione e criminalizzazione degli extra-comunitari, espressa dalla politica nazionale, imposta dall’alto, per legge.

Jadelin Mabiala Gangbo, autore di romanzi, testi di teatro e racconti, è arrivato a Bologna all’età di 4 anni con i genitori congolesi. I genitori tornano quasi subito indietro. Gangbo rimane a Bologna e cresce in istituto, senza contatti con la famiglia né con il paese (e la lingua francese) di origine. Frequenta scuole italiane, amici italiani, ‘ si sente italiano ’, almeno fino a quando gli si è fatto sentire che italiano non può essere perché nero di pelle, e gli si è rifiutata la cittadinanza, separando italianità reale e italianità istituzionale. Gangbo ritiene tuttavia che il fatto di non avere un'identità ben definita sia un privilegio che gli dà « la possibilità di vivere in una terra di nessuno, in un non luogo, e di riuscire a vedere le cose da una prospettiva diversa » (Gangbo 2003). Delinea così una sorta d’identità deterritorializzata, nella quale lo scrittore, italiano di fatto, straniero per forza, non si sente solo: « Penso che sia così anche per moltissimi italiani che si sentono stranieri nella loro nazione. Immagino che Tondelli o Andrea Pazienza fossero stranieri nel loro paese ed è quello che, secondo me, li ha portati a creare qualcosa di nuovo » (Gangbo 2003). Il riferimento a Tondelli e Pazienza è eloquente: l’identità artistica riconosciuta comune da Gangbo rinvia a una cultura giovanile affermatasi in Emilia negli anni Novanta; quindi, a dispetto delle sue affermazioni, tutt’altro che deterritorializzata e priva di segni di riconoscimento.

Nel lungo racconto Com’è se giù vuol dire ko (2005), i due diciannovenni Antonio e Aziz, passeggiando una domenica d’inverno, nel centro di Bologna, parlano della vita e dei loro problemi, in un idioletto che mescola sistematicamente parlato, slang e forme dialettali: « Senti me » (144), « Sarò un uomo senza un cinno » (145) « Socio, ti conosco un tot bene. Tu mo’ parli. Sviolini un tot e poi ti smolli » (145). Siamo alla fine degli anni Novanta, e nulla distingue il figlio dell’immigrato marocchino che abita nelle case popolari di Borgo Panigale da soli nove anni e il bolognese verace. Stessi gusti, stesse preoccupazioni, stessi rituali e tic linguistici, e stessi vestiti (di importazione statunitense).

Un paio di episodi di razzismo e un brutale controllo di identità rompono l’illusoria assimilazione di Aziz, negandogli ogni possibile italianità (« che sei, un marocchino italiano? », 176), rinviandolo alla sola identità possibile del marocchino, quella di spacciatore. Aziz tenta di difendersi dalla xenofobia e dal sopruso dei poliziotti con  l’invenzione linguistica, improvvisando uno show in free style, delirante monologo in cui mescola, su ritmo musicale, italiano, bolognese, inglese, arabo e altro9. Libertà inventiva e miscidanza linguistica non producono l’effetto desiderato. Passato lo stupore, i poliziotti caricano in macchina i due adolescenti incensurati, li insultano, li minacciano e invece di portarli in centrale, si avventurano in periferia. Fa buio, i ragazzi cominciano ad aver paura, la tensione sale, l’atmosfera si fa surreale… Al lettore scoprire l’epilogo.

Insistiamo qui su un punto: il testo è infarcito di anglicismi, di nomi di griffe, di logo e di gruppi musicali internazionali, ma anche di nomi di strade e piazze e bar bolognesi, perché la storia si svolge in luoghi e tempi e ambienti identificabili e identificanti, cui si sentono di appartenere i due giovani protagonisti, l’italiano e lo straniero, anzitutto due giovani bolognesi alla fine degli anni Novanta. Gangbo, scrittore congolese che congolese non è, introduce così temi identitari e socio-politici legati alla condizione di immigrato. Nello stesso tempo, la sua lingua letteraria, di cui padroneggia registri e modulazioni, rimanda piuttosto a quella di un Brizzi, modello incontestato di scrittura giovanile10.

Algerino, arrivato a Roma nel 1995 all’età di 25 anni, laureato in filosofia e in sociologia, giornalista, Amara Lakhous si è rivelato con il romanzo di successo Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (2006), riscrittura in italiano di un romanzo precedentemente pubblicato in arabo in Algeria. Si tratta di un giallo dai toni leggeri, ambientato nella Roma popolare e multietnica di oggi. Intitolati « La verità di... », si susseguono undici capitoli, in cui undici diverse voci narranti declinano ciascuna la propria verità sul caso da risolvere, un omicidio. Queste voci sono intercalate da undici monologhi del misterioso Amedeo. Peruviani, olandesi, nordafricani, milanesi, meridionali, tutti i personaggi abitano nel quartiere di Piazza Vittorio.

Nel risvolto di copertina non si esita a paragonare il romanzo di Lakhous al Pasticciaccio gaddiano, per via della polifonia dialettale. Senz’altro esagerato, il paragone vuole evidenziare che, nel dare voce a chi popola oggi Piazza Vittorio, Lakhous si serve di registri diversi, compreso il dialetto. In realtà, è soprattutto la portinaia napoletana a usare, neppure spesso, tipiche frasi o espressioni dialettali: « guaglio’, addo’ vaje? » (45), « pe’ nu muorz’ e pane » (47), « San Genna’, pienzace tu! » (53). Si notino en passant i cliché riproposti: i personaggi napoletani sono simpatici, fannulloni e fatalisti, mentre i lombardi sono antipatici, grigi e ligi al dovere. Restando alla lingua, si osserva che nessuno degli altri personaggi, neppure i numerosi stranieri, quando si esprimono direttamente, in dialoghi o monologhi, si distinguono nel lessico o nella sintassi. La questione della lingua come elemento identitario, tuttavia, è molto presente, sottesa dall’inizio alla fine del libro. Nella prima « verità », quella di Parviz Manoor Samadi, si legge:

Ma poi, chi è italiano? Chi è nato in Italia, ha passaporto italiano, carta d’identità, conosce bene la lingua, porta un nome italiano e risiede in Italia? […] Ma la lingua che parla Bossoso è davvero italiano? Finora non ho ricevuto risposte convincenti. Spesso mi dicono: « Tu non sai l’italiano », oppure: « Prima devi perfezionare la lingua » […] Però  mi dispiace dirvi che non sono l’unico che non conosce l’italiano in questo paese. Ho lavorato nei ristoranti di Roma con molti giovani napoletani, calabresi, sardi, siciliani, e ho scoperto che il nostro livello linguistico è quasi lo stesso. Mario, il cuoco del ristorante della stazione Termini, non aveva torto quando diceva: « Ricordati, Parviz, siamo tutti stranieri in questa città! » (14-15).

Cosa significa, tutti stranieri, se è evidente che un siciliano capisce meglio il napoletano dell’arabo, meglio l’italiano del cinese? Parviz ha scoperto che l’Italia è fatta di microidentità che si rivendicano tali, di disparità, di marginalità interne. L’italianità è concetto poco identificabile in cui gli italiani si riconoscono poco. Ma non si creda che questo faciliti l’integrazione degli stranieri, così non è.

Quando si viene a sapere che il romano Amedeo, da tutti rispettato e amato, in realtà si chiama Ahmed, quindi è straniero e lo resta, malgrado il mimetismo linguistico e fisico, lo si sospetta dell’omicidio. L’integrazione più perfetta non protegge dai pregiudizi. Il lettore scopre la storia di Ahmed, innocente, fuggito traumatizzato da un paese in guerra, che ha scelto di dimenticare calandosi in una nuova vita. Impossessarsi di una nuova identità, spogliarsi della precedente, è stato un percorso lungo e doloroso. Le tappe di questo percorso scandiscono i monologhi in cui Amedeo-Ahmed si interroga su patria, lingua, memoria, avvenire. Alla fine, così conclude: « Oggi ho cominciato a leggere gli aforismi di Emile Cioran. Sono rimasto colpito da questo: “Non abitiamo un paese ma una lingua”. La lingua italiana è la mia nuova dimora? » (157). E chiude su una frase del poeta algerino Djaout: « La gente felice non ha né età né memoria, non ha bisogno del passato » (158). 

Il distacco dalla lingua d’origine è palese in Il paese dove non si muore mai primo romanzo dell’albanese Ornela Vorspi, caso linguistico curioso perché, arrivata in Italia a ventitrè anni nel 1991, residente in Francia dal 1998, Vorpsi scrive nella lingua di un paese dove ha vissuto appena qualche anno. Il romanzo, inoltre, è stato pubblicato in traduzione francese prima che in italiano (2004 edizione francese, 2005 edizione italiana). A differenza dei tre testi precedenti, la storia non è ambientata nell’Italia di oggi. Una bambina racconta infanzia e adolescenza trascorse nell’Albania di Hoxha, regime totalitario nonché società chiusa e maschilista. Lo sguardo ‘basso’ e ingenuo della ragazzina permette di raccontare con toni ironici e talvolta comici anche fatti drammatici. La lingua è semplice, corretta, colloquiale, priva di inflessioni, priva di riferimenti all’albanese, pulita. Nella dedica iniziale, si legge: « Dedico questo libro alla parola umiltà, che manca al lessico albanese ». Al lessico letterario di Vorspi mancano tutte le parole albanesi.

La scrittrice si spiega sul punto. Ha scelto l’italiano quale lingua di scrittura per una ragione pratica: nessun editore albanese l’avrebbe pubblicata, e per una ragione psico-artistica: per raccontare il passato del suo paese (ma, mette in guardia, il libro non è autobiografia né testimonianza), aveva bisogno di distacco, di sentirsi lontana, anche linguisticamente. L’Albania è il paese in cui è cresciuta, col quale conserva un legame affettivo e nostalgico, ma che preferisce amare da lontano. Il suo passato, spiega ancora Vorspi, si trova laggiù, dietro le spalle (Vorspi 2007).

Distacco, separazione, lontananza, da un paese, da una lingua e da un vissuto, si percepiscono nella scrittura: le frasi sembrano ‘ripulite’ dalle parole della vita di prima, da tracce di un passato con cui il libro sta chiudendo i conti. Le parole della vita nuova, per ora, rimangono neutre, non si impregnano – volontariamente – di nuove identità. Vorpsi dice di non sentirsi a casa in nessun luogo, di vivere scegliendosi un posto « opportunista », quello dove può creare e stare in pace. Opportunista è anche la lingua di scrittura, uno strumento che la scrittrice vorrebbe scevro di carichi identitari.

È un bambino anche il protagonista di Salam, maman (2006), primo romanzo di Hamid Ziarati, nato a Teheran nel 1966, in Italia dal 1981, oggi ingegnere a Torino. Tra allegria e dramma, il bambino racconta le vicende dell’Iran, prima e dopo la Rivoluzione. Vicende private e politiche si intrecciano, speranze e delusioni di famigliari e amici, dapprima entusiasti di chi avrebbe dovuto liberarli dalla dittatura dello Shah, poi costretti all’esilio e allo sradicamento da un regime khomeinista rivelatosi totalitario. Questo romanzo, bello e intenso, è scritto, recita il risvolto di copertina, « in un italiano insieme preciso e imperfetto, ma straordinariamente espressivo ». In realtà, non spiccano né le imperfezioni né l’espressività preannunciate, e le poche che ci sono, sono in genere attribuibili al linguaggio necessariamente ‘basso’, ingenuo, infantile, della voce narrante. Spiccano invece, in una lingua letteraria standard, i termini in iraniano, che marcano la differenza con le scelte di Vorpsi. Comprensibili grazie al contesto, questi termini designano oggetti di uso quotidiano nell’Iran di allora (korsi, braciere scaldaletto), cibi tradizionali (sendjed, frutta secca), feste rituali, espressioni abituali, appellativi famigliari. Rimangono nella lingua di origine non solo perché sono spesso di difficile traduzione, ma perché sono nella lingua del luogo e del tempo della storia raccontata. Ziarati, radicando così eventi e personaggi in un’identità fatta di cultura e affetti, dà carica emotiva al successivo doloroso sradicamento, alla lontananza, all’esilio. Il titolo emblematico del romanzo, Salam, maman, è un saluto alla madre nella lingua madre. Il distacco è avvenuto, e se c’è nostalgia nei confronti di luoghi e persone del passato, non c’è acrimonia nei confronti del luogo e della lingua del presente, l’Italia e l’italiano.

Un caso più tormentato è quello di due scrittrici dette postcoloniali, Gabriella Ghermandi e Cristina Ali Farah. Entrambe figlie di coppie miste, una italo-etiope e l’altra italo-somala, bilingui e vissute sia nel paese della madre che in quello del padre, Ghermandi e Ali Farah compiono scelte letterarie simili: il primo romanzo, in entrambi i casi pubblicato nel 2007, è dedicato alla storia sofferta del paese africano e al difficile rapporto dei protagonisti con l’ex potenza coloniale. Pur scrivendo in italiano, utilizzano numerose forme lessicali in quella che rivendicano come la loro lingua, al pari della lingua italiana.

Nell’avvertenza premessa a Regina di fiori e di perle, Ghermandi fornisce al lettore la traslitterazione dei suoni dall’amarico. Nel romanzo poi, dà in nota traduzione o spiegazione di parole e frasi in amarico. Ali Farah, invece, alla fine di Madre piccola riunisce in un glossario espressioni e termini somali usati nel romanzo in corsivo. Quasi sempre si tratta di oggetti del quotidiano, locuzioni ricorrenti, parole connotate da storia, religione, tradizione11.

Tra le similitudini dei due romanzi postcoloniali, la struttura polifonica e la pluralità di storie, seppur fondate su procedimenti narrativi diversi. Ghermandi inventa una protagonista che ha il dono di saper ascoltare, raccoglie i racconti orali degli anziani e li inserisce in un proprio racconto, che è la storia dell’Etiopia, tra colonizzazione, dittatura, guerra, una storia vista dalla parte degli sconfitti. Essa impara la lingua dei vincitori, l’italiano, per poter dir loro la verità del suo popolo, si appropria della scrittura del colonizzatore per lasciar traccia della memoria dei colonizzati. La scrittrice Ghermandi si attribuisce esplicitamente la stessa funzione della protagonista: « Se dovessi dire che questo romanzo è solo opera mia, mentirei. Io sono solo stata colei che ha raccolto le voci » (Ghermandi 2007: 253).

Anche Ali Farah afferma di aver fatto parlare le voci della diaspora somala: « Ringrazio le voci sparse della diaspora somala di cui è intessuto questo romanzo », si legge nei ringraziamenti. Lo ha fatto alternando capitoli in cui tre protagonisti, membri di una stessa famiglia, dipanano i fili delle storie che li legano ad altri personaggi, tutti partiti da Mogadiscio sconvolta dalla guerra, tutti nomadi da un paese all’altro del mondo. Alla fine, si ritrovano in Italia. Ali Farah, però, non si serve dei suoi personaggi per fare un lavoro di memoria sulla Somalia, paese di infanzia felice, di unità famigliare, mondo di affetti e legami definitivamente distrutto dalla guerra civile; i suoi personaggi si confrontano con la necessità di riunire pezzi sparsi di identità, perché vogliono riuscire a vivere nel presente.

La differenza principale fra i due libri sta qui: l’intento di Ghermandi è rivendicare un’identità etiope negata, condannare il colonialismo italiano e di conseguenza rivitalizzare lingua, cultura e storia del passato; il suo libro significativamente è dedicato agli amici che l’hanno aiutata « a mantenere viva la lingua amarica ». L’affermato dovere di memoria, del resto, conferisce al romanzo una forte connotazione programmatica e edificatrice.

Ali Farah, invece, descrive un travagliato processo di pacificazione con un’identità italiana negata, concentrandosi su un lavoro di introspezione, di ricucitura, di accettazione di sé e degli altri, della differenza e della molteplicità. Perciò il suo romanzo si lascia dietro il passato e si sbilancia verso tempi recenti, dagli anni Settanta a oggi. Il personaggio più emblematico, Domenica-Axad, italo-somala con doppio nome e identità scissa, si sforza di ricomporre le sue due metà. Per anni ha rifiutato la parte materna e italiana, per solidarietà con il destino del popolo somalo, della sua famiglia decimata o in esilio, di suo padre disperso, di zii, cugini e amici morti in guerra, morti anche fuggendo a bordo di barconi verso paesi di pace. Traumatizzata, ha errato di paese in paese, di lingua in lingua, seguendo i flussi della diaspora, soffrendo di una strana amnesia/afasia che in certe circostanze le fa dimenticare o il somalo o l’italiano, o che la rende muta. Anche negli altri protagonisti il rapporto con la lingua, di origine o imparata, è sempre conflittuale, perché la lingua, più ancora della pelle, permette di identificarli, di riportarli a una doppia appartenenza, di inchiodarli a un non essere. Italiana o somala, anziché italiana e somala, Domenica-Axad deve sempre, con gli uni e con gli altri, « giustificare padronanza linguistica e carnagione » (243). Arrestata dalla polizia italiana perché seduta su una panchina in atteggiamento sospetto, dopo ore di mutismo che induce la polizia a pensare che non capisca la lingua, si esprime in un italiano raffinato, desueto, fuori dal comune, contorto: « Voglio dimostrare fino a che punto posso arrivare con la lingua, voglio che tutti sappiano senz’ombra di dubbio che questa lingua mi appartiene » (254).

Tra i sette testi presentati, distinguiamo le tre fiction del tempo presente, ambientate nell’Italia di oggi:

- Salsicce, di Igiaba Scego, scrittrice di educazione italofona, è la storia di una integrazione riuscita, testimoniata dal concorso pubblico vinto dalla protagonista, la quale scrive e parla italiano, ma può ugualmente esprimersi in romanesco o in somalo, secondo le circostanze. Sembra risolto il rapporto con le origini, che non vengono negate, ma semplicemente relegate a zone circoscritte, della lingua e della vita.

- Com’è se giù vuol dire ko, di Jadelin Gangbo, scrittore di educazione italofona, è la storia di un giovane, figlio di immigrati marocchini, ma identico a coetanei italiani per gusti, modo di fare e di esprimersi, il quale viene respinto suo malgrado verso l’origine – negativa – verso un’alterità che non sente e non rivendica. La presenza dello straniero, in terra bolognese, è affrontata sul piano tematico, mentre la lingua di scrittura si apre piuttosto a influssi glocalizzanti, proponendo una commistione linguistica complessa, sulla scia delle tendenze letterarie giovanili coeve.

- Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, di Amara Lakhous, scrittore non italofono di origine, arrivato adulto ed esule in paese straniero, è una storia raccontata a più voci, ambientata in una Roma esotica e multiculturale, nella cui multiculturalità si inseriscono e si mescolano anche le diversità identitarie regionali e i loro idiomi, che hanno diritto di esistenza, ma non le lingue straniere dei pur numerosi protagonisti. « Non abitiamo un paese ma una lingua » suona come un invito ad accettare la nuova dimora, fin nei suoi diversi idiomi.

Negli altri quattro romanzi, ambientati nel tempo passato, nei luoghi di ieri, constatiamo:

- Hamid Ziariti, non italofono di educazione, esule, racconta la storia del paese in cui è nato e cresciuto, vista con gli occhi di un bambino e con la sua ingenuità. Per scriverla, usa l’italiano, la lingua del paese di adozione e di accoglienza, la lingua delle nuove radici e del presente, lasciando tuttavia emergere parole straniere lontane, del quotidiano trascorso, memoria di tradizioni e usanze.

- Ornela Vorpsi, non italofona di educazione, plurilingue cosmopolita, racconta la storia del paese in cui è nata e cresciuta, vista con gli occhi di una bambina e con la sua ingenuità. Per scriverla, rifiuta la madre lingua e usa l’italiano, la lingua di uno dei paesi in cui transita, una lingua ripulita, scelta in ragione dell’estraneità al vissuto e all’identità d’origine.

- Cristina Ali Farah e Gabriella Ghermandi, figlie di coppie miste, cresciute tra due culture e tra due lingue, raccontano storie di guerra, separazione, scissione, indecisione. I loro personaggi sono vittime di conflitti, persecuzioni, rigetto, perpetuamente in diaspora, in esilio, dal paese, dalla cultura, dalla famiglia. La lingua italiana di scrittura è una scelta sofferta, perché tronca l’altra metà, una metà che continua però ad affacciarsi, con parole e frasi che risuonano come un richiamo all’altra parte di sé.

In questa varietà – significativa – di approcci, universi e temi, si può notare che i tre testi ambientati nell’Italia di oggi portano tracce di koiné dialettizzata (romanesco, bolognese, napoletano), mentre tre su quattro dei testi ambientati nei luoghi di ieri portano tracce di lingue straniere. Resta denominatore comune la questione linguistico-identitaria, che circola in ognuno dei testi, esplicitando la doppia esigenza di ognuno degli scrittori: reintepretare l’italianità e far riconoscere l’esistenza di ‘altri’ italiani. In questo senso, lo straniero e l’immigrato, alla stregua del siciliano, del napoletano o del padano, nel privilegiare usi e tradizioni specifici di una minoranza o di un gruppo, mettono in discussione un concetto rigido di identità nazionale, e affermano l’esistenza del particolare linguistico-culturale.

Ma è interessante notare, soprattutto, che i testi presentati, pur esprimendo voci marginali altrimenti inascoltate, pur affermando una diversa visione e una riscrittura del mondo, pur reclamando legittima alterità, non sempre fanno opera di conservazione e rivendicazione di storia e memoria, non sempre celebrano vestigia del passato. Si avverte anzi in filigrana una forma di accettazione, talvolta sofferta, della perdita avvenuta, e una correlativa proiezione verso nuovi orizzonti, verso esperienze e esperimenti. Si delinea così una dialettica temporale e spaziale in cui si oltrepassano, per amore o per forza, madrelingua e madrepatria, per sospingersi aldilà di confini e barriere, in un processo di rifamiliarizzazione, riposizionamento di punti di riferimento, processo i cui cardini sono appunto tempo e spazio. Per gli scrittori dell’immigrazione, i cui referenti sono plurimi e dislocati, la questione potrebbe formularsi così: con quale lingua si confrontano (parlata o scritta, sociale o familiare, lingua della prassi o degli affetti, lingua d’origine o lingua della creazione)? In quale tempo e in quale luogo si situano quando scrivono?

Certo: la patria letteraria è per ogni scrittore un altrove che non coincide con la patria anagrafica e linguistica. E la lingua letteraria è per definizione ‘altra’, lingua straniera la definiva Proust, lingua nuova Deleuze12. Resta innegabile che per alcuni la lingua è più straniera che per altri; e proprio questo slittamento ulteriore, questo supplemento di décalage, potrebbe produrre senso. In altri termini, nel rapporto sempre complesso tra lingua e identità, lingua e scrittura, gli scrittori dell’immigrazione possono essere più consapevoli di altri dello scarto incolmabile tra passato e presente, della distanza tra dove si è e da dove si viene, e della necessaria ricerca di una lingua di creazione. In questo senso, possono dare un contributo prezioso alla rivitalizzazione della lingua e della letteratura.

È interessante notare infine che alcuni scrittori dell’immigrazione non tentano di ricomporre, assimilandosi, ma iniziano a spostarsi in zone ignote, a esistere in situazione di necessità, di irregolarità, senza protezione, come se avessero interiorizzato lo sradicamento, la sostituzione del luogo con un altro luogo o con un non luogo, la smemorataggine e l’oblio.

« Come si sa, gli antecedenti nella vita di un emigrante sono annullati », constatava Adorno (1983 : 44)13. Fra questi antecedenti, questi pezzi della vita di prima, prima della partenza, viene annullata anche la lingua. L’esperienza di questo vuoto può avere risvolti positivi. Osserva il poeta di origine algerina Tahar Lamri che per lui scrivere in italiano è stata una rinascita « molto dolorosa, tesa comunque verso la libertà, perché se è vero che la lingua materna protegge, quella straniera libera e dissacra », cogliendo così le potenzialità dissacratoria e liberatoria dell’alterità e della creazione (Lamri 2002 : 31).

La citata frase di Djaout, « La gente felice non ha né età né memoria, non ha bisogno del passato », può suonare consolatoria a chi abbia passato e memoria infelice, ma potrebbe indicare una strada percorribile a chi voglia aggirare identità esclusive, a chi non abbia più identità di origine controllata e garantita, e se ne vada cercando, se ne vada creando, una o centomila, spogliandosi e rivestendosi, appropriandosi debitamente di lingue e di identità altrui.

Chiudiamo allora con una tripla citazione, tre mondi, tre epoche e tre culture. Nell’affermare la necessità di pratiche culturali antisistemiche, Edward Said riporta la frase di un monaco sassone del XII° secolo, data in esempio da Auerbach: « È ancora un voluttuoso colui per il quale la patria è dolce. È già un coraggioso colui per il quale ogni suolo è una patria. Ma è perfetto colui per il quale il mondo intero è un esilio » (Said 2000 : 463)14.



Liste des références bibliographiques

Fonte

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Notes de bas de page


1 Cf. l’inchiesta Istat: « La lingua italiana, i dialetti e le lingue straniere. Anno 2006 » (2007). Da questa inchiesta emergono alcuni elementi interessanti: il dialetto viene usato sempre meno, in particolare al sud (diminuiscono le differenze territoriali); il dialetto viene usato in proporzione all’aumento dell’età (aumentano le differenze generazionali); il dialetto viene usato soprattutto da categorie sociali basse (aumentano le differenze di classe). Interessante soprattutto un elemento nuovo, spia della presenza sul territorio di popolazioni di origine straniera, su cui torneremo: si attesta in effetti l’uso di un’altra lingua, in percentuale del 5% della popolazione, che aumenta al 12% in categorie quali gli operai, livello quasi pari a quello del dialetto.  
2 Sulla letteratura nazionale, si vedano tra gli altri il recente volume curato da Brogi e Luperini (2004) con una interessante analisi dello stesso Luperini (2004 : 7-33 ), e il saggio di Jossa (2006).
3 Esula dal presente articolo un’analisi approfondita sul tema, peraltro già oggetto di studi. Rimandiamo in particolare ai diversi saggi di Antonelli (2004 e 2007a/b). Sulla « glocal-lingua » letteraria di Brizzi, cf. Luperini (2004 : 25-31. Sugli ibridismi e gli idioletti di scrittrici come Ballestra o Campo, ci permettiamo di rinviare a un nostro studio (Contarini 1995 : 75-99).
4 Le questioni definitorie (scrittori migranti, letteratura della migrazione/di migrazione, letteratura di ibridazione,  letteratura italofona, mondiale, globale etc.) sono ancora oggetto di dibattito e polemiche, il che riflette la difficoltà di inquadrare un fenomeno recente, che riunisce casi assai diversi. Sul punto, cf. soprattutto Ciccarelli (1999 : 105-124), nonché i più recenti articoli di Quaquarelli (2006 : 53-65) e di Le Gouez (2006 : 67-79), entrambi nel numero 28 della rivista Narrativa, intitolato Altri Stranieri. Poche altre pubblicazioni in Francia sulla letteratura dell’immigrazione (cf. Zidaric 2006, sull’italiano lingua di migrazione), mentre sono sempre più numerose in Italia, nonché negli Stati Uniti grazie in particolare ai lavori di Parati (1999 e 2005). Segnaliamo la bibliografia italiana, piuttosto completa, aggiornata agli inizi del 2006, comprendente opere, saggi, riviste, siti e premi, a cura di Mara Clementi, consultabile on line. Si rimanda infine alle principali riviste elettroniche dedicate alla letteratura dell’immigrazione, le quali accolgono regolarmente interventi teorici: Kuma,  El Ghibli, Eksetra.
5 Per Milani (2006 : 189-222), dopo la nascita nell’anno 1990, e una fase « carsica » durata dal 1995 al 2000, la letteratura della migrazione sarebbe entrata nella terza attuale fase, di affermazione letteraria tout court. Anche Bregola (2001) individua tre fasi letterarie: testimonianza, emancipazione e affermazione multiculturale.
6 I quali spaziano da angolature storico-socio-culturali ad approcci linguistici, tematici o altro. Cf. Pezzarossa (2004a) che individua almeno una decina di « chiavi per smontare i testi », riflettendo altresì alla questione del canone.
7 Un altro esempio della volontà editoriale di valorizzare la lingua madre degli autori è la presentazione dell’antologia Italiani per vocazione, in cui la direttrice della collana parla di « canone di appartenenza a una lingua », di « patria linguistica », di lingua come « modo di pensare » (La Ferla 2005 : 5). In realtà l’antologia comprende anche scrittori nati e vissuti in Italia. Si noti che fa seguito un’introduzione a firma di Igiaba Scego, intitolata « Lingua nuova, lingua madre », che a dispetto del titolo si sofferma sul multiculturalismo e meno sul bi/plurilinguismo.
8 Segnaliamo anche: Bregola (2001), Perazzolo (2005 : « Siamo di fronte a una forma letteraria piena, che proprio nell’innovazione linguistica mostra la sua forza e la sua specificità: forte del suo patrimonio culturale originario, lo scrittore migrante non esita a cambiare la struttura delle frasi, a scegliere una sintassi originale, a mettere alla prova il lessico »), e Pannuti (2006), che propone anche un’interessante riflessione sulle categorie distintive e sulle definizioni.
9 Diamone qui un breve assaggio: « Questo marocchino fino fino ­ ‘sto cinno con du’ palle da saracino – è un B-boy assassino dallo stile shaolin u’guaglioncin’ – Namacinn’ va! Che è stato già troppo polleggia’ prima del primo casino - Mouvement arab all Jah people ‘ve - Hailé Selassie in versione salem alek » (178)
10 Un progetto simile, ma più vistosamente programmatico e meno convincente, è riscontrabile nel racconto Karnevale di Laila Wadia (2006), scrittrice di origine indiana che vive in Italia fin da bambina. La protagonista, una diciottenne di origini indiane, si sente perfettamente integrata nella cultura del nuovo paese, prova ne sia il linguaggio gergale sistematico: i « genitrix » sono il « pater » e la « Mutti », certe frasi assomigliano a sms (« D+ »), e la « c » muta è sempre sostituita dalla K maiuscola (Ki, Ke, Kzzo, Katzi, Kousin, Kosì, Kretin), sulla scia del romanzo-cult Jack frusciante, di Brizzi, che la protagonista peraltro sta leggendo. Si noti anche che la piadina ha soppiantato il riso biriyani e il palak paneer che i genitrix si ostinano a cucinare. Morale del racconto: il ragazzo di cui si innamora la diciottenne integrata è attratto D+ dalla sua esotica Kousin indiana.
11 Glossari, note o avvertenze sono soluzioni non insolite nella letteratura dell’immigrazione. Antesignano, il romanzo L’abbandono di Erminia Dell’Oro (1991). Si noti che Ghermandi cita Dell’Oro nei ringraziamenti e che alcuni episodi del suo romanzo hanno chiari riscontri nell’Abbandono. Anche scrittori italiani si sono serviti di glossari per introdurre dialetti, lingue straniere o altro; ricordiamo, per esempio, Sciascia per il glossarietto americano sicilianizzato/italiano di « La zia d’America » (Sciascia 1987), Camilleri per il glossario siculo-italiano di Un filo di fumo (Camilleri 1980), e Angioni per il glossario multilingue/italiano di Una ignota compagnia (Angioni 1992).
12 Celebre la frase proustiana sulla ‘estraneità’ del linguaggio letterario: « Les beaux livres sont écrits dans une sorte de langue étrangère » (Proust 1971 : 299), così riformulata da Deleuze: « L’écrivain, comme dit Proust, invente dans la langue une nouvelle langue, une langue étrangère en quelque sorte » (Deleuze 1997 : 15).
13 « Comme on le sait, les antécédents dans la vie d’un émigrant sont annulés » (nostra la traduzione italiana).
14 « C’est encore un voluptueux, celui pour qui la patrie est douce. C’est déjà un courageux, celui pour qui tout sol est une patrie. Mais il est parfait, celui pour qui le monde entier est un exil » (nostra la traduzione italiana).

Pour citer cet article


Contarini Silvia. Lingue, dialetti, identità. Letteratura dell’immigrazione.

Collection Individu et Nation
[en ligne], Vol.4 : Particularismes et identités régionales dans la littérature italienne contemporaine, 28 juin 2011. Disponible sur Internet : http://revuesshs.u-bourgogne.fr/individu&nation/document.php?id=559 ISSN 1961-9731




 
Collection électronique du centre de recherche interlangues "Texte Image Langage" (EA 4182) -
ISSN 1961-9731